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  • Il salto triplo dell'Africa tra innovazione digitale, svolta “green” e cooperazione
    by emanuele perugini on 16 Giugno 2019 at 14:57

    A Nairobi in Kenya nascono nuovi quartieri adibiti (come l'hub di Konza Technopolis) a ospitare startup, servizi digitali per la gestione della connessione a banda larga e nuovi modelli per un approccio più ampio e diffuso delle fonti rinnovabili. È la Silicon Savannah, il fiorente panorama tecnologico del Kenya. Se ne discute alla Summer School “Energy Management e Digital Innovation per lo Sviluppo Sostenibile in Africa Subsahariana” organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) insieme al Politecnico di Bari, che prenderà il via il prossimo 24 giugno proprio nel capoluogo pugliese. Il programma prevede interventi di docenti tra cui Giulio Sapelli, Veronica Ronchi, e Manfred Hafner di FEEM; Mario Citelli e Vito Albino del Politecnico di Bari, Mario Giro dell'Università per Stranieri di Perugia. A loro si affiancheranno anche due tra le principali protagoniste di questa rivoluzione digitale e rinnovabile: Funké Michaels dell'Università di Nairobi e Ruth Ndegwa del Kenya Climate Innovation Centre. Giovane, istruita e sana: benvenuti nell'Africa Sub-Sahariana I ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei ci spiegano che l'Africa Sub-Sahariana è in una posizione unica per trarre vantaggio dall'economia digitale: è giovane (il cosiddetto ‘dividendo demografico' contribuisce all'incremento del PIL); meglio educata che in passato (l'alfabetizzazione è quasi ovunque al 70%); più ricca (il tasso di povertà estrema è calato dal 56 al 35 percento dal 1990); e vi è un rischio minore di contrarre Aids e malaria (tra il 2000 ed il 2012 la mortalità per malaria è calata del 50%). Un terzo della popolazione è in possesso di un telefono cellulare, i sistemi di moneta elettronica (e-mobile systems) sono in rapida espansione (si veda il successo di M-Pesa in Kenya), e una rete di start-up ispirato alla Silicon Valley si sta velocemente sviluppando, con 200 centri d'innovazione già esistenti e finanziamenti in crescita letteralmente esponenziale”. Questo slancio di innovazione è trainato dalla tecnologia, che attira investimenti da ogni parte del mondo. Per rendersi conto dell'attenzione che c'è verso questa regione, basta vedere il programma della Nairobi Innovation Week che è in programma per la prima metà di giugno. Tra gli ospiti dell'evento, investitori internazionali e manager delle principali compagnie mondiali di smartphone e di servizi digitali. Anche giganti come Google hanno voluto contribuire alla crescita digitale del Kenya con un programma molto particolare: mandare in volo palloni aerostatici fino a 20 km di altezza per diffondere il segnale Internet anche nelle aree più remote del paese. Il Kenya è capofila nell'innovazione digitale in Africa “In questi ultimi 5-10 anni – spiega Mario Citelli, che è uno dei coordinatori della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei – il Kenya ha conosciuto un vero e proprio boom dei dati sulla penetrazione delle infrastrutture di rete che è stato favorito proprio dalle condizioni preesistenti di grande arretratezza”. Due i fattori chiave: una rete prevalentemente aerea e una scarsa penetrazione sul territorio con indici tra i più bassi al mondo. “Non si è dovuto praticamente scavare per implementare le nuove reti e in più la diffusione del mobile ha fatto il resto”, aggiunge Citelli. I dati, presentati dalla Communications Authority of Kenya parlano di un tasso di penetrazione in costante crescita che ha ormai raggiunto l'88,1% della popolazione. Sono questi i numeri che hanno sostenuto e sostengono progetti come la Silicon Savannah, il distretto tecnologico realizzato nel distretto di Kanza a una sessantina di chilometri da Nairobi sulla strada per Mombasa, principale porto commerciale del paese. Le ricadute, per tutta l'area Sub-Sahariana di questo nuovo ecosistema economico sono davvero tante e non riguardano solo il Kenya. Funkè Michaels nel corso di una Lecture promossa dalla Fondazione Eni Enrico Mattei  a giugno 2018, ha spiegato: “Quando Calestous Juma, professore dell'Università di Harvard, parlò delle ricadute positive dell'innovazione tecnologica sulla geografia africana, pensava alla Kenyan Tech Valley e al suo impatto sul mercato nigeriano. Riuscì a prevedere quello che fino a poco tempo prima era considerato un evento improbabile: il sodalizio tra le app e i sistemi sviluppati dai kenyoti e il fiuto nigeriano per gli affari. Nelle imprese indigene come la Cellulant (Kenya e Nigeria), il progetto per la diffusione dei fertilizzanti ha permesso a un numero maggiore di contadini di accedere alle sovvenzioni per questi prodotti, incrementando la produttività agricola dei rispettivi Paesi. Adesso gli agricoltori sanno che è possibile definire dei calendari digitali per la semina e accedere ai sussidi per i fertilizzanti. Ora ci si deve assicurare che i progressi fatti siano mantenuti. Attraverso le piattaforme di cross-learning e le opportunità di partenariati regionali, l'Africa si sta rapidamente preparando a sfruttare queste opportunità di formazione”. Modelli errati sono quelli europei e del mondo occidentale Nel corso della Summer School, Funkè Michaels, esperta di temi legati allo sviluppo, parlerà più nello specifico proprio di come le nuove tecnologie digitali stiano favorendo cambiamenti sostanziali nelle società africane. “La digitalizzazione non ha raggiunto le comunità rurali africane allo stesso tempo e con la stessa velocità e risultati. Per questo non possiamo basare la nostra osservazione solo sulle cifre perché la nostra popolazione non ha le stesse abitudini degli utenti come in Europa, per esempio. Non solo anche le statistiche ci dicono poco se pensiamo al fatto che molto spesso un singolo smartphone o un laptop possono essere usati da diversi utenti anche commerciali. In questo contesto diventa difficile basare l'incidenza e la distribuzione esclusivamente sui numeri. Tuttavia le storie di successo sono molte: la Mpesa del Kenya è conosciuta in tutto il mondo; e la digitalizzazione agricola della Nigeria ha portato a un database di agricoltori rurali che aiuta nella diffusione di informazioni e input agricoli come fertilizzanti. In Tanzania gli abitanti delle zone rurali stanno imparando a proteggere l'ambiente e a salvare gli alberi utilizzando le informazioni agricole fornite digitalmente per aumentare la produzione e la resa per metro. Sta succedendo in tutta l'Africa: la facilità di comunicazione e la disponibilità di informazioni continueranno ad essere un catalizzatore per l'innovazione e la crescita”. È però in Kenya che questa rivoluzione sta assumendo forme e strutture più solide, anche grazie a una attenta e costante azione di sostegno da parte del governo locale e di investitori privati, anche stranieri. “Il Kenya è un laboratorio, ma lo è tutta l'Africa, dove si sperimentano nuove forme di organizzazione del territorio, dell'economia, della società; con processi accelerati visto che l'evoluzione post-coloniale non ha ancora creato significative e consistenti strutture intermedie sul modello occidentale. Quelle già presenti mantengono un alto grado di flessibilità, favorendo il cambiamento, anche con la formazione in molti casi di comunità funzionali che cercano di utilizzare positivamente nuovi e vecchi strumenti a loro disposizione”, dice ancora Mario Citelli. Questo processo spiega anche il successo e l'ampia diffusione dei nuovi strumenti digitali, come per esempio, M-Pesa, un sistema di pagamento in cui M sta per mobile, pesa per danaro in swahili, strumento per la circolazione di denaro, pagamenti e prestiti, attraverso telefono mobile e smartphone, che si appoggia a una rete di telecomunicazioni mobili. “L'applicazione M-pesa – racconta Citelli – è il risultato di un'attività condotta da un ente di ricerca e sviluppo britannico, il Department for International Developmant (DFID), che nel 2002 registrò la diffusione informale del telefono in Africa orientale per anticipare e sostenere pagamenti. Nel 2005 viene affidata a Vodafone, attraverso la sua consociata Keniana Safaricom, la realizzazione di un'esperienza pilota, sfruttando un software realizzato da uno studente della Moi University, keniano. Nel 2007 l'applicazione viene lanciata come strumento di pagamento diffuso, con una gestione tecnica delegata a IBM e successivamente a Huawei. Negli anni successivi il servizio è lanciato anche in altri Paesi: Tanzania, Afghanistan, India, Romania e Albania. In Kenya il servizio è ora utilizzato da circa 22 milioni di persone (su 48 milioni di abitanti del Paese), a cui va aggiunta un'altra percentuale di persone che si avvale di servizi simili, avviati da altre compagnie telefoniche, competitor di Vodafone/Safaricom. Servizio che permette di depositare e ritirare denaro, trasferirlo tra utenti, pagare bollette e fatture; regolamentato per quanto riguarda l'identità degli utilizzatori, ma assolutamente al di fuori del sistema bancario. Nel 2008 un gruppo di banche operanti in Kenya tentò, attraverso azioni di lobbing, di fermare l'evoluzione del servizio, senza successo”. Innovazione fondamentale per lo sviluppo di agricoltura ed energy mix Un aspetto su cui le innovazioni digitali potranno fornire un ulteriore contributo è quello critico dell'accesso all'energia, soprattutto quella rinnovabile, uno dei cardini dell'Agenda per la Sostenibilità delle nazioni Unite e anche uno dei temi della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei. I ricercatori della Fondazione spiegano che per sostenere queste nuove dinamiche, la regione sta registrando un cospicuo aumento di investimenti nell'energia pulita e proseguendo su questa strada potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, che da sempre costituisce uno dei principali ostacoli al suo sviluppo. Il futuro energetico dell'Africa passa inevitabilmente per le fonti rinnovabili. Meno del 25% delle abitazioni dell'Africa Sub-sahariana ha oggi accesso all'elettricità, appena il 10 per cento nelle aree rurali. Come risposta, i governi cercano una soluzione nelle energie rinnovabili, fissando obiettivi sempre più ambiziosi e investendo in tecnologie solari, eoliche e geotermiche. Secondo l'Agenzia internazionale delle energie rinnovabili (Irena), la quota di energia da rinnovabili in Africa potrà passare, in media, dal 17 del 2009 al 50% nel 2030. Un esempio di come le tecnologie digitali possono sostenere la crescita e la migliore e più efficace distribuzione dell'energia è il progetto realizzato da Giacomo Falchetta, ricercatore FEEM che collabora al Future Energy Program coordinato da Manfred Hafner, che ha sviluppato un progetto, basato su Google Earth Engine, che incrocia dati satellitari, geografici e demografici per mostrare come si è diffusa l'elettrificazione in Africa Subsahariana dal 2014 a oggi. Questo dataset può essere utilizzato in molti ambiti: per esempio verificare quali sono i modi più efficienti per portare l'accesso all'elettricità oppure capire meglio come indirizzare gli investimenti per lo sviluppo o tenere traccia del SDG 7 Agenda 2030, per potenziali usi futuri concreti. Il problema, infatti, non è verificare se il Sudafrica ha un tasso di accesso all'energia intorno all'85-90% e che il Malawi si attesta intorno al 25, perché questi dati sono molto semplici da reperire anche in modo tradizionale. Una domanda invece a cui è molto difficile rispondere è che a fronte dell'85% di persone che in Sudafrica hanno accesso all'energia ce n'è un 15% che non ce l'ha: questo dato riguarda diversi milioni di persone. Ma dove sono queste persone? Grazie alla mappatura è possibile avere un'idea più precisa in merito. […]

  • Il salto triplo dell'Africa tra innovazione digitale, svolta “green” e cooperazione
    by emanuele perugini on 16 Giugno 2019 at 14:57

    A Nairobi in Kenya nascono nuovi quartieri adibiti (come l'hub di Konza Technopolis) a ospitare startup, servizi digitali per la gestione della connessione a banda larga e nuovi modelli per un approccio più ampio e diffuso delle fonti rinnovabili. È la Silicon Savannah, il fiorente panorama tecnologico del Kenya. Se ne discute alla Summer School “Energy Management e Digital Innovation per lo Sviluppo Sostenibile in Africa Subsahariana” organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) insieme al Politecnico di Bari, che prenderà il via il prossimo 24 giugno proprio nel capoluogo pugliese. Il programma prevede interventi di docenti tra cui Giulio Sapelli, Veronica Ronchi, e Manfred Hafner di FEEM; Mario Citelli e Vito Albino del Politecnico di Bari, Mario Giro dell'Università per Stranieri di Perugia. A loro si affiancheranno anche due tra le principali protagoniste di questa rivoluzione digitale e rinnovabile: Funké Michaels dell'Università di Nairobi e Ruth Ndegwa del Kenya Climate Innovation Centre. Giovane, istruita e sana: benvenuti nell'Africa Sub-Sahariana I ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei ci spiegano che l'Africa Sub-Sahariana è in una posizione unica per trarre vantaggio dall'economia digitale: è giovane (il cosiddetto ‘dividendo demografico' contribuisce all'incremento del PIL); meglio educata che in passato (l'alfabetizzazione è quasi ovunque al 70%); più ricca (il tasso di povertà estrema è calato dal 56 al 35 percento dal 1990); e vi è un rischio minore di contrarre Aids e malaria (tra il 2000 ed il 2012 la mortalità per malaria è calata del 50%). Un terzo della popolazione è in possesso di un telefono cellulare, i sistemi di moneta elettronica (e-mobile systems) sono in rapida espansione (si veda il successo di M-Pesa in Kenya), e una rete di start-up ispirato alla Silicon Valley si sta velocemente sviluppando, con 200 centri d'innovazione già esistenti e finanziamenti in crescita letteralmente esponenziale”. Questo slancio di innovazione è trainato dalla tecnologia, che attira investimenti da ogni parte del mondo. Per rendersi conto dell'attenzione che c'è verso questa regione, basta vedere il programma della Nairobi Innovation Week che è in programma per la prima metà di giugno. Tra gli ospiti dell'evento, investitori internazionali e manager delle principali compagnie mondiali di smartphone e di servizi digitali. Anche giganti come Google hanno voluto contribuire alla crescita digitale del Kenya con un programma molto particolare: mandare in volo palloni aerostatici fino a 20 km di altezza per diffondere il segnale Internet anche nelle aree più remote del paese. Il Kenya è capofila nell'innovazione digitale in Africa “In questi ultimi 5-10 anni – spiega Mario Citelli, che è uno dei coordinatori della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei – il Kenya ha conosciuto un vero e proprio boom dei dati sulla penetrazione delle infrastrutture di rete che è stato favorito proprio dalle condizioni preesistenti di grande arretratezza”. Due i fattori chiave: una rete prevalentemente aerea e una scarsa penetrazione sul territorio con indici tra i più bassi al mondo. “Non si è dovuto praticamente scavare per implementare le nuove reti e in più la diffusione del mobile ha fatto il resto”, aggiunge Citelli. I dati, presentati dalla Communications Authority of Kenya parlano di un tasso di penetrazione in costante crescita che ha ormai raggiunto l'88,1% della popolazione. Sono questi i numeri che hanno sostenuto e sostengono progetti come la Silicon Savannah, il distretto tecnologico realizzato nel distretto di Kanza a una sessantina di chilometri da Nairobi sulla strada per Mombasa, principale porto commerciale del paese. Le ricadute, per tutta l'area Sub-Sahariana di questo nuovo ecosistema economico sono davvero tante e non riguardano solo il Kenya. Funkè Michaels nel corso di una Lecture promossa dalla Fondazione Eni Enrico Mattei  a giugno 2018, ha spiegato: “Quando Calestous Juma, professore dell'Università di Harvard, parlò delle ricadute positive dell'innovazione tecnologica sulla geografia africana, pensava alla Kenyan Tech Valley e al suo impatto sul mercato nigeriano. Riuscì a prevedere quello che fino a poco tempo prima era considerato un evento improbabile: il sodalizio tra le app e i sistemi sviluppati dai kenyoti e il fiuto nigeriano per gli affari. Nelle imprese indigene come la Cellulant (Kenya e Nigeria), il progetto per la diffusione dei fertilizzanti ha permesso a un numero maggiore di contadini di accedere alle sovvenzioni per questi prodotti, incrementando la produttività agricola dei rispettivi Paesi. Adesso gli agricoltori sanno che è possibile definire dei calendari digitali per la semina e accedere ai sussidi per i fertilizzanti. Ora ci si deve assicurare che i progressi fatti siano mantenuti. Attraverso le piattaforme di cross-learning e le opportunità di partenariati regionali, l'Africa si sta rapidamente preparando a sfruttare queste opportunità di formazione”. Modelli errati sono quelli europei e del mondo occidentale Nel corso della Summer School, Funkè Michaels, esperta di temi legati allo sviluppo, parlerà più nello specifico proprio di come le nuove tecnologie digitali stiano favorendo cambiamenti sostanziali nelle società africane. “La digitalizzazione non ha raggiunto le comunità rurali africane allo stesso tempo e con la stessa velocità e risultati. Per questo non possiamo basare la nostra osservazione solo sulle cifre perché la nostra popolazione non ha le stesse abitudini degli utenti come in Europa, per esempio. Non solo anche le statistiche ci dicono poco se pensiamo al fatto che molto spesso un singolo smartphone o un laptop possono essere usati da diversi utenti anche commerciali. In questo contesto diventa difficile basare l'incidenza e la distribuzione esclusivamente sui numeri. Tuttavia le storie di successo sono molte: la Mpesa del Kenya è conosciuta in tutto il mondo; e la digitalizzazione agricola della Nigeria ha portato a un database di agricoltori rurali che aiuta nella diffusione di informazioni e input agricoli come fertilizzanti. In Tanzania gli abitanti delle zone rurali stanno imparando a proteggere l'ambiente e a salvare gli alberi utilizzando le informazioni agricole fornite digitalmente per aumentare la produzione e la resa per metro. Sta succedendo in tutta l'Africa: la facilità di comunicazione e la disponibilità di informazioni continueranno ad essere un catalizzatore per l'innovazione e la crescita”. È però in Kenya che questa rivoluzione sta assumendo forme e strutture più solide, anche grazie a una attenta e costante azione di sostegno da parte del governo locale e di investitori privati, anche stranieri. “Il Kenya è un laboratorio, ma lo è tutta l'Africa, dove si sperimentano nuove forme di organizzazione del territorio, dell'economia, della società; con processi accelerati visto che l'evoluzione post-coloniale non ha ancora creato significative e consistenti strutture intermedie sul modello occidentale. Quelle già presenti mantengono un alto grado di flessibilità, favorendo il cambiamento, anche con la formazione in molti casi di comunità funzionali che cercano di utilizzare positivamente nuovi e vecchi strumenti a loro disposizione”, dice ancora Mario Citelli. Questo processo spiega anche il successo e l'ampia diffusione dei nuovi strumenti digitali, come per esempio, M-Pesa, un sistema di pagamento in cui M sta per mobile, pesa per danaro in swahili, strumento per la circolazione di denaro, pagamenti e prestiti, attraverso telefono mobile e smartphone, che si appoggia a una rete di telecomunicazioni mobili. “L'applicazione M-pesa – racconta Citelli – è il risultato di un'attività condotta da un ente di ricerca e sviluppo britannico, il Department for International Developmant (DFID), che nel 2002 registrò la diffusione informale del telefono in Africa orientale per anticipare e sostenere pagamenti. Nel 2005 viene affidata a Vodafone, attraverso la sua consociata Keniana Safaricom, la realizzazione di un'esperienza pilota, sfruttando un software realizzato da uno studente della Moi University, keniano. Nel 2007 l'applicazione viene lanciata come strumento di pagamento diffuso, con una gestione tecnica delegata a IBM e successivamente a Huawei. Negli anni successivi il servizio è lanciato anche in altri Paesi: Tanzania, Afghanistan, India, Romania e Albania. In Kenya il servizio è ora utilizzato da circa 22 milioni di persone (su 48 milioni di abitanti del Paese), a cui va aggiunta un'altra percentuale di persone che si avvale di servizi simili, avviati da altre compagnie telefoniche, competitor di Vodafone/Safaricom. Servizio che permette di depositare e ritirare denaro, trasferirlo tra utenti, pagare bollette e fatture; regolamentato per quanto riguarda l'identità degli utilizzatori, ma assolutamente al di fuori del sistema bancario. Nel 2008 un gruppo di banche operanti in Kenya tentò, attraverso azioni di lobbing, di fermare l'evoluzione del servizio, senza successo”. Innovazione fondamentale per lo sviluppo di agricoltura ed energy mix Un aspetto su cui le innovazioni digitali potranno fornire un ulteriore contributo è quello critico dell'accesso all'energia, soprattutto quella rinnovabile, uno dei cardini dell'Agenda per la Sostenibilità delle nazioni Unite e anche uno dei temi della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei. I ricercatori della Fondazione spiegano che per sostenere queste nuove dinamiche, la regione sta registrando un cospicuo aumento di investimenti nell'energia pulita e proseguendo su questa strada potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, che da sempre costituisce uno dei principali ostacoli al suo sviluppo. Il futuro energetico dell'Africa passa inevitabilmente per le fonti rinnovabili. Meno del 25% delle abitazioni dell'Africa Sub-sahariana ha oggi accesso all'elettricità, appena il 10 per cento nelle aree rurali. Come risposta, i governi cercano una soluzione nelle energie rinnovabili, fissando obiettivi sempre più ambiziosi e investendo in tecnologie solari, eoliche e geotermiche. Secondo l'Agenzia internazionale delle energie rinnovabili (Irena), la quota di energia da rinnovabili in Africa potrà passare, in media, dal 17 del 2009 al 50% nel 2030. Un esempio di come le tecnologie digitali possono sostenere la crescita e la migliore e più efficace distribuzione dell'energia è il progetto realizzato da Giacomo Falchetta, ricercatore FEEM che collabora al Future Energy Program coordinato da Manfred Hafner, che ha sviluppato un progetto, basato su Google Earth Engine, che incrocia dati satellitari, geografici e demografici per mostrare come si è diffusa l'elettrificazione in Africa Subsahariana dal 2014 a oggi. Questo dataset può essere utilizzato in molti ambiti: per esempio verificare quali sono i modi più efficienti per portare l'accesso all'elettricità oppure capire meglio come indirizzare gli investimenti per lo sviluppo o tenere traccia del SDG 7 Agenda 2030, per potenziali usi futuri concreti. Il problema, infatti, non è verificare se il Sudafrica ha un tasso di accesso all'energia intorno all'85-90% e che il Malawi si attesta intorno al 25, perché questi dati sono molto semplici da reperire anche in modo tradizionale. Una domanda invece a cui è molto difficile rispondere è che a fronte dell'85% di persone che in Sudafrica hanno accesso all'energia ce n'è un 15% che non ce l'ha: questo dato riguarda diversi milioni di persone. Ma dove sono queste persone? Grazie alla mappatura è possibile avere un'idea più precisa in merito. […]

  • Gli smartphone pieghevoli sono un flop. Per ora
    by paolo fiore on 16 Giugno 2019 at 8:05

    E due. Dopo il Samsung Galaxy Fold, anche il Mate X di Huawei rimanda il lancio. I primi smartphone pieghevoli di sempre non funzionano come dovrebbero. E così le società, impegnate nella corsa a chi arriva prima, rischiano entrambe di perdere. Perché il Mate X ritarda Il Mate X, presentato a febbraio, sarebbe dovuto arrivare nel primo semestre, al più a cavallo tra giugno e luglio. Arriverà a settembre. Il motivo non sarebbe legato a problemi di fornitura, né alle tensioni con Google ma alla volontà di assicurarsi che il dispositivo funzioni. Anche perché costa 2.600 dollari. Huawei procederà quindi con ulteriori test, mirati soprattutto a migliorare la qualità del display, ha spiegato al Wall Street Journal il vicepresidente Vincent Peng. L'obiettivo, ha confermato un portavoce del gruppo Cnbc, è evitare che un intoppo possa “distruggere la reputazione del gruppo”. Google non c'entra Huawei rassicura che, questa volta, la black list di Trump non c'entra nulla. Versione più che plausibile: il Mate X, come tutti i dispositivi di punta del gruppo, ha chip fatti in casa. Che quindi isolano il dispositivo dalle tensioni con i fornitori statunitensi. Il pieghevole, ha assicurato il portavoce a Cnbc, non dovrebbe neppure incappare nella tagliola di Google. Il bando americano nei confronti di Huawei è congelato fino al 19 agosto e sarà quindi attivo prima del lancio commerciale dello smartphone. Sul Mate X dovrebbero però esserci Google Play e una piena licenza Android perché il dispositivo è stato presentato prima che il gruppo fosse incluso nella lista nera della Casa Bianca. Il portavoce ha quindi ripetuto quello che Shenzhen dice da settimane: la prima scelta è Google, ma se non dovesse esserci un accordo, un nuovo sistema operativo cinese sarebbe pronto “entro sei-nove mesi”. Anche se per ragioni diverse, è il secondo stop a un prodotto Huawei nel giro di pochi giorni. La società ha rimandato il lancio del nuovo laptop, il MateBook X Pro. Questa volta sì, per problemi legati alle tensioni con gli Stati Uniti. Pieghevoli rimandati Ambivano a essere la grande novità del 2019: rischiano di diventare la delusione dell'anno. I due pieghevoli hanno saputo catturare l'attenzione in un mercato degli smartphone stagnante, sia per vendite che per novità capaci di solleticare gli utenti. Huawei e Samsung hanno avuto fretta, anche se in modi diversi. Il Galaxy Fold è stato protagonista di una presentazione durata mesi. Era stato svelato a novembre, in penombra. Qualche dettaglio è emerso qua e là nelle settimane successive. La possibilità di toccare con mano il dispositivo, però, è stata ritardata fino a pochi giorni dal lancio ufficiale di aprile. Un percorso singolare, indice probabilmente di una maturazione tardiva o di inghippi non previsti in fase di progettazione. Alla fine di maggio sono scaduti i preordini, ma del Galaxy Fold non c'è ancora traccia. Nessuna comunicazione sulla nuova data di lancio. Adesso non c'è neppure il pungolo di Huawei, che ha dato qualche mese in più a Samsung per potersi fregiare del titolo di “primo pieghevole al mondo” (una medaglia che, visti gli inconvenienti, probabilmente non verrà portata in giro con troppo orgoglio). Anche la gestazione del Mate X è stata bizzarra. A fine gennaio il gruppo ha affermato che al Mobile World Congress avrebbe portato il suo primo pieghevole 5G. Il 25 febbraio lo ha svelato (ma non fatto toccare) al mondo. Un percorso fulmineo, forse troppo. Che ci siano stati errori e leggerezze, pare evidente. Che adesso la cautela sia la scelta migliore, anche. La batosta sulla reputazione c'è e non si cancella, ma sarebbe stata peggiore se i difetti fossero spuntati dopo la vendita. Non è una bella notizia, ma i danni economici sono probabilmente contenuti: Mate X e Fold non sono stati pensati per ribaltare i bilanci di Huawei e Samsung. Non è una bocciatura definitiva: pieghevoli rimandati. […]

  • Gli smartphone pieghevoli sono un flop. Per ora
    by paolo fiore on 16 Giugno 2019 at 8:05

    E due. Dopo il Samsung Galaxy Fold, anche il Mate X di Huawei rimanda il lancio. I primi smartphone pieghevoli di sempre non funzionano come dovrebbero. E così le società, impegnate nella corsa a chi arriva prima, rischiano entrambe di perdere. Perché il Mate X ritarda Il Mate X, presentato a febbraio, sarebbe dovuto arrivare nel primo semestre, al più a cavallo tra giugno e luglio. Arriverà a settembre. Il motivo non sarebbe legato a problemi di fornitura, né alle tensioni con Google ma alla volontà di assicurarsi che il dispositivo funzioni. Anche perché costa 2.600 dollari. Huawei procederà quindi con ulteriori test, mirati soprattutto a migliorare la qualità del display, ha spiegato al Wall Street Journal il vicepresidente Vincent Peng. L'obiettivo, ha confermato un portavoce del gruppo Cnbc, è evitare che un intoppo possa “distruggere la reputazione del gruppo”. Google non c'entra Huawei rassicura che, questa volta, la black list di Trump non c'entra nulla. Versione più che plausibile: il Mate X, come tutti i dispositivi di punta del gruppo, ha chip fatti in casa. Che quindi isolano il dispositivo dalle tensioni con i fornitori statunitensi. Il pieghevole, ha assicurato il portavoce a Cnbc, non dovrebbe neppure incappare nella tagliola di Google. Il bando americano nei confronti di Huawei è congelato fino al 19 agosto e sarà quindi attivo prima del lancio commerciale dello smartphone. Sul Mate X dovrebbero però esserci Google Play e una piena licenza Android perché il dispositivo è stato presentato prima che il gruppo fosse incluso nella lista nera della Casa Bianca. Il portavoce ha quindi ripetuto quello che Shenzhen dice da settimane: la prima scelta è Google, ma se non dovesse esserci un accordo, un nuovo sistema operativo cinese sarebbe pronto “entro sei-nove mesi”. Anche se per ragioni diverse, è il secondo stop a un prodotto Huawei nel giro di pochi giorni. La società ha rimandato il lancio del nuovo laptop, il MateBook X Pro. Questa volta sì, per problemi legati alle tensioni con gli Stati Uniti. Pieghevoli rimandati Ambivano a essere la grande novità del 2019: rischiano di diventare la delusione dell'anno. I due pieghevoli hanno saputo catturare l'attenzione in un mercato degli smartphone stagnante, sia per vendite che per novità capaci di solleticare gli utenti. Huawei e Samsung hanno avuto fretta, anche se in modi diversi. Il Galaxy Fold è stato protagonista di una presentazione durata mesi. Era stato svelato a novembre, in penombra. Qualche dettaglio è emerso qua e là nelle settimane successive. La possibilità di toccare con mano il dispositivo, però, è stata ritardata fino a pochi giorni dal lancio ufficiale di aprile. Un percorso singolare, indice probabilmente di una maturazione tardiva o di inghippi non previsti in fase di progettazione. Alla fine di maggio sono scaduti i preordini, ma del Galaxy Fold non c'è ancora traccia. Nessuna comunicazione sulla nuova data di lancio. Adesso non c'è neppure il pungolo di Huawei, che ha dato qualche mese in più a Samsung per potersi fregiare del titolo di “primo pieghevole al mondo” (una medaglia che, visti gli inconvenienti, probabilmente non verrà portata in giro con troppo orgoglio). Anche la gestazione del Mate X è stata bizzarra. A fine gennaio il gruppo ha affermato che al Mobile World Congress avrebbe portato il suo primo pieghevole 5G. Il 25 febbraio lo ha svelato (ma non fatto toccare) al mondo. Un percorso fulmineo, forse troppo. Che ci siano stati errori e leggerezze, pare evidente. Che adesso la cautela sia la scelta migliore, anche. La batosta sulla reputazione c'è e non si cancella, ma sarebbe stata peggiore se i difetti fossero spuntati dopo la vendita. Non è una bella notizia, ma i danni economici sono probabilmente contenuti: Mate X e Fold non sono stati pensati per ribaltare i bilanci di Huawei e Samsung. Non è una bocciatura definitiva: pieghevoli rimandati. […]

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  • Rcs, la procura apre un'inchiesta. Corriere, usura sulla vendita della sede
    on 14 Giugno 2019 at 23:11

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  • Alcuni smartphone Huawei potrebbero avere Android Q
    by Agi on 14 Giugno 2019 at 17:03

    La lettera chiave è Q. Anonima, per quanto un po' curiosa, ma fondamentale per quanti stanno seguendo con ansia gli sviluppi della guerra che oppone la Casa Bianca a Huawei. Con, nel mezzo, il bando imposto a Google (e da Google) per quanto riguarda l'utilizzo del sistema operativo Android sugli smartphone del colosso cinese. Dopo aver dato bizzarri nomi di dolciumi alle varie versioni del suo sistema operativo (dal Cupcake del 2009 al Pie del 2018), Google sta mettendo a punto Q, quello, per intenderci, che dovrebbe girare anche sugli smartphone pieghevoli (quando saranno finalmente pronti per il battesimo del mercato) e che è vissuto come uno spartiacque nel futuro di Huawei: se i prossimi modelli non funzioneranno con quello, allora probabilmente avranno Ark, come è stata battezzata la versione 'occidentale' del sistema operativo al quale la casa cinese si è messa alacremente al lavoro per non dover più dipendere dagli umori dell'inquilino di turno a Washington. Il timore di chi ha in tasca uno smartphone Huawei nuovo di pacca o aveva intenzione di comprarne uno, era di restare drammaticamente indietro con l'aggiornamento dei sistemi operativi, ma questa preoccupazione potrebbe essere spazzata via da un accordo raggiunto nel bel mezzo della sospensiva del bando decisa quando alla Casa Bianca qualcuno ha capito che spostare repentinamente su 'off' la collaborazione con il secondo produttore mondiale di smartphone poteva non essere per tutti l'idea migliore del mondo. Così la notizia, diffusa dal sito solitamente rigoroso e molto ben informato HdBlog, è che una sfilza di smartphone Huawei saranno aggiornati ad Android Q, ossia avranno le applicazioni Google perfettamente in regola nell'immediato e in futuro. I dispositivi potranno quindi accedere a tutti i servizi come Google Play, Gmail, Maps e ad applicazioni come Whatsapp, Facebook, Instagram. Oltre, ovviamente, ad avere gli aggiornamenti di sicurezza con cadenza regolare. Ecco quali saranno: P30 PRO P30​ P30 LITE MATE 20  MATE 20 PRO  MATE 20X 5G ​ PSMART 2019 ​ PSMART+ 2019​ PSMART Z  P20 PRO ​ P20&nbs […]